Come il rapporto peso potenza™, anche la colazione a buffet è tutto. Soprattutto quando hai una macchina che trasforma una poltiglia biancastra in uno splendido waffle da inondare di sciroppo d’acero. Insomma Venice Beach l’abbiamo affrontata con la panza piena di un abbondante breakfast a stelle e strisce. Ricordate la lingua d’asfalto che corre lungo tutta la spiaggia ci dui parlavo a San Diego? Ecco, quella di Venice Beach è un immenso centro commerciale a cielo aperto. Negozi di magliette per turisti idioti, si alternano ad ambulanti che vendono una quantità indefinita di souvenir o promettono, in cambio di qualche dollaro, ogni genere di esperienza. Poi ci sono i relitti umani, quelli che vanno sullo skate, quelli che corrono, quelli che fanno palestra e quelli che fanno una passeggiata. Un fiume di gente che scorre multicolore e multiforme, lambendo chilometri di sabbia e di altra gente. Altra gente in spiaggia, con le tavole da surf, in acqua, con le tavole da surf, in arrivo, con le tavole da surf. Come passare un giorno intero sul set di Baywatch.
E comunque, se per una giornata guardi l’Oceano, alle spalle hai sempre Los Angeles. Perciò la sera a bordo di Chiccona, decisi ad andare a vedere il centro, che avevamo stabilito essere vicino al Pueblo de Los Angeles, ci siamo attraversati mezza città. Girare in macchina per Los Angeles mi ha fatto sentire in una sorta di incubo. Uno di quei sogni in cui la realtà non fa che ripetersi e quando pensi che ormai qualcosa stia finendo, in realtà non fa che riprodursi, cambiando qualche dettaglio trascurabile e rimanendo sempre uguale. Costruzioni, strade e luci, poi costruzioni, strade e luci e poi ancora e ancora. A rompere il loop, è venuto in nostro soccorso un immenso store che prometteva di vendere solo prodotti sotto i $ 0,99. Un’occasione troppo luccicante per lasciarsela sfuggire. Pareti e pareti di ogni genere di prodotti, un mosaico dai colori psichedelici e dai tasselli a forma di barattoli, bustine e flaconi. Ma la contemplazione è durata poco, perchè entrando, ci eravamo sfidati a chi avesse trovato l’oggetto più idiota tra gli scaffali. Ci siamo dati appuntamento ad una cassa, dieci minuti di tempo e ci siamo sparpagliati nel tempio del consumismo lowcost.
La cronaca: Radix, un cero con un Santo, idiota magari sì, ma già visto; Zarfo, un non meglio identificato porta-qualcosa da officina, che secondo lui gli avrebbe assicurato una vittoria certa e che invece non è stato capito, dai non rosicà, eri oggettivamente fuori tema; Mancio, un porta-bicchieri da cruscotto a forma di teschio cromato, una sciccheria trash, pure con una sua utilità; io, dei sacchetti da sandwich col marchio di Spiderman, il trionfo del disegno pop, sull’anonimato del polietilene. Il primo round è finito pari merito io e Mancio. Ma al secondo, il mio dosa-pillole coi nomi dei giorni, nulla ha potuto contro l’apribottiglie dei Braves, squadra di baseball di Atlanta, con telecronaca incorporata che scatta ogni volta che stappi. Quello era l’emblema della nostra sfida. Vittoria al Mancio.
Alla fine ci siamo comprati il teschio, l’apribottiglie, non so quante confezioni di aspirine e diverse altre amenità, tutto a meno di un dollaro. Soddisfatti dei nostri acquisti siamo rientrati nel loop della città. A romperlo questa volta ci hanno pensato orde di ragazzi e ragazze che si aggiravano attorno al Financial District, spostandosi da una galleria d’arte all’altra. Era giovedì. Ma certo, anche a New York a Chelsea le gallerie rimangono aperte di giovedì. Sì, vabbè, a parte agosto. Però prima di tuffarci nella folla, magari ci mangiamo una cosetta, così giusto per non rimanere indietro.
Era destino, in America noi non dovevamo fare l’aperitivo glamour. Dopo non pochi tentennamenti, abbiamo scelto il ristorante messicano più lento e disorganizzato di tutti gli Stati Uniti, e per quando siamo riusciti ad uscire, era finito tutto, le gallerie chiuse, le ragazze scomparse. Mentre fuori si consumava un rito da rivista patinata, noi stavamo a discutere con una cameriera rincoglionita per un’insalata sbagliata. Era destino.
Ci siamo rifatti finendo a ballare in un locale fichissimo, dove non m’è presa di mettermi a fare foto, e poi più tardi all’afterparty, di cui ci ha dato la password una tipa per strada, dopo averci chiesto da accendere. All’entrata uno dei due negroni a cui abbiamo detto la parola in codice, ci ha guardati stupito, esclamando: non so come la sappiate, ma la sapete, di qua prego. L’afterparty era sopra un negozio di jeans, al secondo piano di un edificio qualunque, una sorta di Rialto all’americana. In realtà l’after era meno carico di quanto ci fossimo immaginati, ad animare un po’ le sale giusto un gruppetto punk rock, che se non altro ha fatto caciara. Ma la scena della password valeva la serata e potevamo andare a letto più che soddisfatti.
