San Francisco – aug 19th

Passammo il primo giorno di San Francisco a passeggio tra Chinatown, una delle Chinatown più Chinatown d’America (ricordate “Grosso Guaio a Chinatown”? non a caso lo girarono qui) e North Beach, l’ex Little Italy. Da registrare uno Zarfolino in grandissimo spolvero. Fu anche il giorno in cui al Mancio arrivò, chissà perchè a nome mio poi, il famoso pacchetto con il cellulare smarrito. David Le Barron rimarrà per sempre nel suo cuore.

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Santa Cruz – aug 18th

Giornata senza particolari sussulti, trascorsa in svacco totale tra negozi vintage e la spiaggia di Santa Cruz, prima di prendere la strada per San Francisco. L’ultima tappa del viaggio.

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Miles and miles – aug 17th

Una giornata di viaggio, per quanto esaltante e catartica, non bastò da Las Vegas a raggiungere la costa. Anzi Ridgecrest, il buco di culo del mondo dove avevamo pernottato, era ancora piuttosto lontana dall’Oceano. Perciò ci toccò la terza giornata consecutiva di macchina, anzi la quarta se contiamo anche il safari a Los Angeles. E che non si dica che non abbiamo sfruttato la Yukon. Comunque, almeno questa volta, il tragitto fu un po’ più vario. Alternandoci alla guida, attraversammo quello che rimaneva del deserto, poi la campagna, i giacimenti petroliferi, le vigne californiane. Ci perdemmo su una strada senza uscita, ma solo perché il navigatore accidentalmente non prendeva, prima di arrivare finalmente alla costa, dove ad accoglierci c’erano freddo e nebbia, but this is California, baby. La sera stavamo a Santa Cruz, quella delle magliette da surfisti pronti a sfidare la morte per la seconda volta in un giorno solo.  Noi, non i surfisti. Eravamo usciti indenni dalla strada percorsa con Radix alla guida, potevamo forse farci spaventare dalla “death by brownie”? E come dei veri guerrieri, memori delle curve larghe, delle accelerate improvvise, delle inchiodate a fine curva, spazzolammo senza colpo ferire quella montagna di gelato, brownie e sciroppo di cioccolato che ci presentarono. La Nera Signora poteva attendere.

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Il deserto – aug 16th

E poi fu deserto. Dopo un sabato sera passato a Las Vegas è l’unico modo per ripulirsi dalle scorie. Miglia e poi miglia e poi miglia di sabbia.

Questo post rimane volutamente intimista, come l’album che segue. Vedrete una Bibbia, una pompa di benzina, Zabriskie Point, strade, sabbia e una partita a stecca. A posteriori il mio giorno preferito, a uso e consumo soprattutto di chi c’era.

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From L.A. to Las Vegas – aug 15th

L’ultima mattina losangelina la dedicammo alla ricerca del cellulare perduto del Mancio. Si trattava di porre riparo alla distrazione della sera prima, causata dal connubio alcool sopra la soglia della dignità – forze del maligno. In realtà, avere smarrito il cellulare in quelle circostanze, era una questione che trascendeva la materialità dell’oggetto in sè. Era piuttosto una macchia nell’onore. Qualcosa da cancellare. E fu così che ci mettemmo sulle tracce di un simbolo, più che di un nokia. Dal motel, il primo tentativo da fare era chiamare il numero del Mancio, ormai ostaggio di chissà chi. Invece, il suddetto giaceva nel locale e riuscimmo a stabilire un contatto con la signora delle pulizie, la quale però doveva accompagnare il figlio alla partita di baseball, e non poteva rimanere lì per sempre. Avevamo due ore per passare al locale e rimediare al fattaccio. O almeno questo fu quello che capì il Mancio al telefono con la signora messicana. Infatti, attraversata mezza Los Angeles e giunti sul posto nel tempo record di un’ora e mezza, di persone nel locale neanche l’ombra e beffa delle beffe, dalla buca della posta, si riusciva a sentire distintamente il trillìo del telefonino. Una porta ci separava dalla salvazione. E a questo punto, come in ogni tragedia che si rispetti, il deus ex machina fece il suo ingresso trionfale nello svolgimento della storia. Nel caso specifico il deus ex machina si chiamava David Le Baron, una checca di due metri con un bicchiere da cocktail tatuato sul braccio, che si trovava per caso nel ristorante accanto e risultava essere uno dei gestori dell’ormai famigerato locale. Che Dio l’abbia in gloria. Il Mancio diede sfoggio di tutte le sue doti seduttorie e scambiò l’email con David. Qualche giorno più tardi, il cellulare arrivò in un pacchetto in un ostello di San Francisco, ma non corriamo troppo.

Ottenuto un contatto, la strada per lavare l’onta era ormai avviata e il tempo avrebbe fatto il suo corso. Noi finalmente potevamo ricominciare il nostro viaggio. Ci aspettava il deserto, il passaggio del confine con il Nevada, e infine Las Vegas. Il tragitto fu lungo. La strada, come nei film, sembrava non finire mai. Solo deserto e due lingue d’asfalto a tagliarlo. Miglia e miglia di niente a 40 gradi centigradi.

E poi dal nulla: Las Vegas. La negazione della ragione umana fatta città. Percorri il deserto all’infinito per arrivare dove? A Las Vegas. Ricordate il tabellone del gioco Hotel? Ecco Las Vegas è così. Una città che non è una città. Due strade, persone ovunque e un’infinità di alberghi che riproducono mondi posticci. Ogni albergo ha il suo tema. C’è quello in stile egiziano, a forma di piramide, c’è quello in stile romano, con le statue di Cesare, c’è quello in stile veneziano, con le gondole, c’è quello in stile francese, con la Tour Eiffel. Tutto così, a parte i dollari, non c’è una cosa che sia vera. Ogni albergo, anche il più sfigato, dentro ha il suo bel casinò e in quelli più grandi c’è pure il centro commerciale. Una slot machine gigantesca pronta a succhiarti monetine a ogni passo.

La follia investì tutti i nostri movimenti. Dall’albergo, non troppo centrale, pieno zeppo di vecchiette venute a passare il weekend sedute davanti alle slot, alle strade talmente cariche di luci e di stimoli visivi, da far venire bruciore agli occhi dopo mezzora, alla folla di gente che camminava sui marciapiedi, creando due corsie vere e proprie, una per ciascun senso di marcia, dalle quali era sconsigliabile uscire, pena lo smarrimento istantaneo dei propri cari. Abbiamo giocato alla roulette, siamo sopravvissuti a quel delirio di gente, abbiamo anche preso la monorotaia. Lì per lì pensai che dopo quella sera non sarei stato più lo stesso.

Ecco, Las Vegas credo sia il posto più assurdo che io abbia visto in tutta la mia vita.

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Los Angeles e Malibu – aug 14th

Regà, n’hai capito, stiamo a Los Angeles e dobbiamo troppo andare agli Studios (purtroppo solo pochi eletti potranno godere a pieno di questa frase, ma mi bastano anche quei pochi). Sì, ma ci parte una giornata e dobbiamo anche andare al mario. Oh, certo sti Studios costano un botto. Con chi alimento il buffo? Regà, n’hai capito, mio padre m’ha detto che gli Studios sono una ficata assoluta. Certo però mio padre m’aveva pure detto che Los Angeles era una busta di città, vatte a fidà. Boh, a me mi sembra più una turistata. Regà n’hai capito, sono passate due ore e s’è fatta una certa. Io poi dovrei passare a quel negozio di fumetti, che siamo in America figurati se trovo un altro negozio di fumetti da qualche altra parte. Regà niente Studios ufficiale! Possiamo sempre passare una giornata in macchina per questa città senza confini. E fu così che, alla faccia della finzione degli effetti speciali, ci sparammo una giornata di safari in L.A. Beverly Hills, Mulholland Drive, Rodeo Drive, tutto rigorosamente dai finestrini della Yukon.

Poi poco prima del tramonto, non paghi delle miglia e miglia di città, ci spingemmo fino a Malibu, lungo la mitica Pacific Coast Highway. Un tragitto reso indimenticabile dal sole e da Battisti che cantava Keep on cruising a tutto volume. Bei momenti.

Nel frattempo s’era fatta sera ed era il momento di andare in città alla ricerca di un posto dove fare un aperitivo. Memori di quello che la sera prima avevamo solo lisciato, tornammo senza esitazione da quelle parti, ma ad accoglierci c’era un’altra città. Il glamour e le paillettes del giovedì si erano dissolte e avevano lasciato il posto a centinaia di barboni che cominciavano le pratiche di ricerca di un giaciglio dove passare la notte. Impressionante. Eserciti di relitti umani che avevano rinunciato a cercar fortuna, impegnati com’erano nell’assicurarsi un molto più concreto e immediato riparo dalla sfiga. Risultato niente aperitivo, ma solo l’altra faccia della medaglia americana.

La sera vagammo un po’ alla ricerca di un posto dove fare l’ultima uscita losangelina. Alla fine, mandato in avanscoperta in un locale che, a giudicare dal numero e dal tipo di persone fuori, sembrava promettere bene, tornai alla macchina con un perentorio e ormai leggendario “Parcheggia!”. Il mio tono non lasciava molto spazio alle trattative, quello era il locale. Ma una volta dentro cominciò il lento e inesorabile declino della mia affidabilità. Ci ritrovammo in un bel posto, ma nel mezzo di una serata gay. Via via che gudagnavamo il centro del locale, il mio”Parcheggia!” andava assumendo sfumature sempre più comiche e preoccupanti. Eravamo circondati da centinaia di maschietti californian-nerd e la stessa percentuale di femmine di una scuola professionale. A quel punto, però, non rimaneva che adeguarci all’atmosfera e goderci il resto della serata. Fu così che qualcuno rimorchiò Ramon, qualcuno e qualcun’altro fecero amicizia con il sosia di Owen Wilson, dichiarandosi coppia ufficiale, e sempre qualcuno perse il cellulare e s’accollò con un’ubriachezza molesta e bavosa. Mancio, te l’ho mai detto che tu sei qualcuno?

Di quest’ultima parte fortunatamente nelle foto non v’è traccia, così come dei barboni, ma il resto, seppur in piccole dosi, c’è più o meno tutto.

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Los Angeles – aug 13th

Come il rapporto peso potenza, anche la colazione a buffet è tutto. Soprattutto quando hai una macchina che trasforma una poltiglia biancastra in uno splendido waffle da inondare di sciroppo d’acero. Insomma Venice Beach l’abbiamo affrontata con la panza piena di un abbondante breakfast a stelle e strisce. Ricordate la lingua d’asfalto che corre lungo tutta la spiaggia ci dui parlavo a San Diego? Ecco, quella di Venice Beach è un immenso centro commerciale a cielo aperto. Negozi di magliette per turisti idioti, si alternano ad ambulanti che vendono una quantità indefinita di souvenir o promettono, in cambio di qualche dollaro, ogni genere di esperienza. Poi ci sono i relitti umani, quelli che vanno sullo skate, quelli che corrono, quelli che fanno palestra e quelli che fanno una passeggiata. Un fiume di gente che scorre multicolore e multiforme, lambendo chilometri di sabbia e di altra gente. Altra gente in spiaggia, con le tavole da surf, in acqua, con le tavole da surf, in arrivo, con le tavole da surf. Come passare un giorno intero sul set di Baywatch.

E comunque, se per una giornata guardi l’Oceano, alle spalle hai sempre Los Angeles. Perciò la sera a bordo di Chiccona, decisi ad andare a vedere il centro, che avevamo stabilito essere vicino al Pueblo de Los Angeles, ci siamo attraversati mezza città. Girare in macchina per Los Angeles mi ha fatto sentire in una sorta di incubo. Uno di quei sogni in cui la realtà non fa che ripetersi e quando pensi che ormai qualcosa stia finendo, in realtà non fa che riprodursi, cambiando qualche dettaglio trascurabile e rimanendo sempre uguale. Costruzioni, strade e luci, poi costruzioni, strade e luci e poi ancora e ancora. A rompere il loop, è venuto in nostro soccorso un immenso store che prometteva di vendere solo prodotti sotto i $ 0,99. Un’occasione troppo luccicante per lasciarsela sfuggire. Pareti e pareti di ogni genere di prodotti, un mosaico dai colori psichedelici e dai tasselli a forma di barattoli, bustine e flaconi. Ma la contemplazione è durata poco, perchè entrando, ci eravamo sfidati a chi avesse trovato l’oggetto più idiota tra gli scaffali. Ci siamo dati appuntamento ad una cassa, dieci minuti di tempo e ci siamo sparpagliati nel tempio del consumismo lowcost.

La cronaca: Radix, un cero con un Santo, idiota magari sì, ma già visto; Zarfo, un non meglio identificato porta-qualcosa da officina, che secondo lui gli avrebbe assicurato una vittoria certa e che invece non è stato capito, dai non rosicà, eri oggettivamente fuori tema; Mancio, un porta-bicchieri da cruscotto a forma di teschio cromato, una sciccheria trash, pure con una sua utilità; io, dei sacchetti da sandwich col marchio di Spiderman, il trionfo del disegno pop, sull’anonimato del polietilene. Il primo round è finito pari merito io e Mancio. Ma al secondo, il mio dosa-pillole coi nomi dei giorni, nulla ha potuto contro l’apribottiglie dei Braves, squadra di baseball di Atlanta, con telecronaca incorporata che scatta ogni volta che stappi. Quello era l’emblema della nostra sfida. Vittoria al Mancio.

Alla fine ci siamo comprati il teschio, l’apribottiglie, non so quante confezioni di aspirine e diverse altre amenità, tutto a meno di un dollaro. Soddisfatti dei nostri acquisti siamo rientrati nel loop della città. A romperlo questa volta ci hanno pensato orde di ragazzi e ragazze che si aggiravano attorno al Financial District, spostandosi da una galleria d’arte all’altra. Era giovedì. Ma certo, anche a New York a Chelsea le gallerie rimangono aperte di giovedì. Sì, vabbè, a parte  agosto. Però prima di tuffarci nella folla, magari ci mangiamo una cosetta, così giusto per non rimanere indietro.

Era destino, in America noi non dovevamo fare l’aperitivo glamour. Dopo non pochi tentennamenti, abbiamo scelto il ristorante messicano più lento e disorganizzato di tutti gli Stati Uniti, e per quando siamo riusciti ad uscire, era finito tutto, le gallerie chiuse, le ragazze scomparse. Mentre fuori si consumava un rito da rivista patinata, noi stavamo a discutere con una cameriera rincoglionita per un’insalata sbagliata. Era destino.

Ci siamo rifatti finendo a ballare in un locale fichissimo, dove non m’è presa di mettermi a fare foto, e poi più tardi all’afterparty, di cui ci ha dato la password una tipa per strada, dopo averci chiesto da accendere. All’entrata uno dei due negroni a cui abbiamo detto la parola in codice, ci ha guardati stupito, esclamando: non so come la sappiate, ma la sapete, di qua prego. L’afterparty era sopra un negozio di jeans, al secondo piano di un edificio qualunque, una sorta di Rialto all’americana. In realtà l’after era meno carico di quanto ci fossimo immaginati, ad animare un po’ le sale giusto un gruppetto punk rock, che se non altro ha fatto caciara. Ma la scena della password valeva la serata e potevamo andare a letto più che soddisfatti.

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California on the road – aug 12th

Il primo risveglio in California è stato sotto le nuvole. Ma sto mito del caldo, il sole, i surfisti? I surfisti c’erano, perché loro sono californiani e hanno vinto in partenza, ma caldo e sole dov’erano finiti? Poi uno finisce che traccheggia una mattinata intera, s’abbacchia un po’ e decide di levare le tende (per quelli che leggendo questa frase, s’immaginano la luce a picco nella stanza del motel, vi voglio bene anch’io). E dunque via, alla volta della città degli angeli, con tappa obbligatoria a Laguna Beach. Un posto un sacco californiano, ma anche veramente bello. Almeno così m’è sembrato in quelle due ore scarse che ivi abbiamo trascorso.

Poi Los Angeles. La città infinita. Arrivando, ti rendi conto di essere dentro Los Angeles, quando sei a Los Angeles da un pezzo. La città inizia in un luogo imprecisato e finisce chissà dove. E’ città ovunque. Tra l’altro l’abbiamo attraversata, alla ricerca della costa che non arrivava mai, passando per la zona coreana che solo quella potrebbe competere per dimensioni con una qualsiasi nostra città di provincia. Sì, ma Santa Monica dove sta? E soprattutto dove andiamo a dormire? Una cosa era chiara, volevamo dormire vicino al mare, anzi all’Oceano. Perciò o Santa Monica o Venice Beach. Un motel anche scrauso andava bene. O meglio, un motel a prezzi sostenibili, ma vicino al mare. Niente. La scritta no vacancy ci ha rincorso e sorpassato una decina di volte. La notte nel frattempo era diventata oceanica. Nebbia fitta e freddo porco. Alla fine niente ostello giovane, niente motel scenografico. L’unica struttura ricettiva con due letti liberi risultava essere un impersonale Comfort Inn, di quelli su cui avevo sempre nutrito la curiosità di chi potesse alloggiare in posti del genere. Gente come noi, per esempio. E nel prezzo della camera, oltre alla colazione a buffet di cui presto saremmo diventati estimatori, veniva anche un magnifico olezzo di fumo, impregnato in qualsiasi tessuto della nostra alcova. Ma da qualche parte dovevamo pur dormire. E Comfort Inn fu.

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San Diego – aug 11th

Che siamo coatti, è stata la premessa a tutto, e se New York dopo una settimana potevamo considerarla espugnata, rimaneva da conquistare la California. Il coast to coast ce lo siamo sparato con un volo all’alba da NYC a San Diego, dove ad attenderci ci sarebbe dovuta essere una magnifica Chevrolet Impala, un nome che era un po’ programma, un po’ speranza. Invece, Donna, l’unghiatissima impiegata dell’Avis, vedendo il nostro monte valigie, ci ha sapientemente consigliato di affidarci a una macchina vagamente più capiente: la Yukon della GMC. Dopo qualche tentennamento dovuto più che altro al rammarico di dover abbandonare l’Impala e con lei ogni speranza, ci siamo ritrovati dentro un SUV più grosso di un Cayenne. Un vero e proprio tank col cambio automatico, una quantità di comfort oltre l’immaginabile e un impianto della Bose da far invidia alla maggior parte dei palchi dei locali romani. Le premesse del nostro viaggio on the road non potevano essere più coatte.

San Diego poi ha rappresentato anche il nostro ingresso nel fatato mondo dei motel. Prima del viaggio, quanto avevamo fantasticato sulle scenografie da film che avremmo incontrato. E ora eccolo lì, il nostro primo motel, il Mission Bay Motel, esattamente come ce l’eravamo immaginato. I due piani di stanze, le macchine parcheggiate, la receptionist uscita da Dinasty. Ci mancava la spiaggia. Ma tra la stanchezza dovuta alla levataccia e la temperatura non proprio mediterranea, alla fine ci siamo concessi giusto un affaccio sull’Oceano e una passeggiata lungo la pista ciclabile, passeggiabile, corribile, pattinabile, skateboardabile che come una lunghissima lingua d’asfalto accompagna per tutta la sua lunghezza ogni spiaggia della California che si rispetti.

In ogni caso, San Diego rimarrà per sempre nei nostri cuori anche e soprattutto grazie al Dick’s Last Resort, il locale trash in cui ci siamo ritrovati la sera, grazie all’insistenza del sempre vigile e informato Radix. Dicevo, Dick’s Last Resort, un nome che lascia pochi spazi al dubbio. L’insegna lasciava trasparire una certa pregnanza culturale, quello stesso spessore che poi ritrovammo intatto una volta entrati. L’idiozia americana fatta locale. Porzioni extralarge, sapori vagamente artefatti, fiumi di birra. E la piacevole consuetudine di appallottolare tovaglioli per tirarli a quelli dei tavoli vicini, un modo come un altro per conoscersi. La cena è stato un bombardamento ininterrotto. Un continuo ciancicare, caricare, lanciare. Una dichiarazione di guerra dietro l’altra. All’americana insomma.

E ora le foto, che sono senza logo perché stasera il mio meraviglioso programmino ha deciso che dnp non deve apparire. Prima o poi il bug si fisserà da solo, intanto pensiamo alle immagini di San Diego.

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NYC – aug 10th

L’ultimo giorno per definizione è il giorno dedicato a tutto quello che avresti voluto fare, ma ancora non hai fatto. Prima di tutto il Moma, poi il traghetto fino a Staten Island, per vedere da lontano la statua della libertà, e ancora, mentre Mancio e Radix si dileguavano per acquisti vari, io e Zarfo a Wall St e poi Ground Zero. La nostra tabella di marcia non poteva non comprendere anche una passeggiata per il Lower East Side, dove mi rimane il rimpianto di non aver passato più tempo, e poi per una fermata sbagliata, il Williamsburg Bridge in metro, proprio nell’ora in cui tutto veniva avvolto dalla luce rossastra del tramonto. Ultima cena newyorkese rigorosamente a Williamsburg e la prima parte del viaggio che volgeva inesorabilmente al termine.

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