L’ultima mattina losangelina la dedicammo alla ricerca del cellulare perduto del Mancio. Si trattava di porre riparo alla distrazione della sera prima, causata dal connubio alcool sopra la soglia della dignità – forze del maligno. In realtà, avere smarrito il cellulare in quelle circostanze, era una questione che trascendeva la materialità dell’oggetto in sè. Era piuttosto una macchia nell’onore. Qualcosa da cancellare. E fu così che ci mettemmo sulle tracce di un simbolo, più che di un nokia. Dal motel, il primo tentativo da fare era chiamare il numero del Mancio, ormai ostaggio di chissà chi. Invece, il suddetto giaceva nel locale e riuscimmo a stabilire un contatto con la signora delle pulizie, la quale però doveva accompagnare il figlio alla partita di baseball, e non poteva rimanere lì per sempre. Avevamo due ore per passare al locale e rimediare al fattaccio. O almeno questo fu quello che capì il Mancio al telefono con la signora messicana. Infatti, attraversata mezza Los Angeles e giunti sul posto nel tempo record di un’ora e mezza, di persone nel locale neanche l’ombra e beffa delle beffe, dalla buca della posta, si riusciva a sentire distintamente il trillìo del telefonino. Una porta ci separava dalla salvazione. E a questo punto, come in ogni tragedia che si rispetti, il deus ex machina fece il suo ingresso trionfale nello svolgimento della storia. Nel caso specifico il deus ex machina si chiamava David Le Baron, una checca di due metri con un bicchiere da cocktail tatuato sul braccio, che si trovava per caso nel ristorante accanto e risultava essere uno dei gestori dell’ormai famigerato locale. Che Dio l’abbia in gloria. Il Mancio diede sfoggio di tutte le sue doti seduttorie e scambiò l’email con David. Qualche giorno più tardi, il cellulare arrivò in un pacchetto in un ostello di San Francisco, ma non corriamo troppo.
Ottenuto un contatto, la strada per lavare l’onta era ormai avviata e il tempo avrebbe fatto il suo corso. Noi finalmente potevamo ricominciare il nostro viaggio. Ci aspettava il deserto, il passaggio del confine con il Nevada, e infine Las Vegas. Il tragitto fu lungo. La strada, come nei film, sembrava non finire mai. Solo deserto e due lingue d’asfalto a tagliarlo. Miglia e miglia di niente a 40 gradi centigradi.
E poi dal nulla: Las Vegas. La negazione della ragione umana fatta città. Percorri il deserto all’infinito per arrivare dove? A Las Vegas. Ricordate il tabellone del gioco Hotel? Ecco Las Vegas è così. Una città che non è una città. Due strade, persone ovunque e un’infinità di alberghi che riproducono mondi posticci. Ogni albergo ha il suo tema. C’è quello in stile egiziano, a forma di piramide, c’è quello in stile romano, con le statue di Cesare, c’è quello in stile veneziano, con le gondole, c’è quello in stile francese, con la Tour Eiffel. Tutto così, a parte i dollari, non c’è una cosa che sia vera. Ogni albergo, anche il più sfigato, dentro ha il suo bel casinò e in quelli più grandi c’è pure il centro commerciale. Una slot machine gigantesca pronta a succhiarti monetine a ogni passo.
La follia investì tutti i nostri movimenti. Dall’albergo, non troppo centrale, pieno zeppo di vecchiette venute a passare il weekend sedute davanti alle slot, alle strade talmente cariche di luci e di stimoli visivi, da far venire bruciore agli occhi dopo mezzora, alla folla di gente che camminava sui marciapiedi, creando due corsie vere e proprie, una per ciascun senso di marcia, dalle quali era sconsigliabile uscire, pena lo smarrimento istantaneo dei propri cari. Abbiamo giocato alla roulette, siamo sopravvissuti a quel delirio di gente, abbiamo anche preso la monorotaia. Lì per lì pensai che dopo quella sera non sarei stato più lo stesso.
Ecco, Las Vegas credo sia il posto più assurdo che io abbia visto in tutta la mia vita.
