Lavinia bday

La figlia dell’insegnante di danza della sorella di uno dei miei migliori conoscenti compie diciotto anni e vorrebbe le foto della festa. Foto in una festa? Ma questo è un tipico caso per danessunaparte! Non me lo sono fatto ripetere due volte e già stavo al Bloom, zona Piazza Navona. E poi quanto tempo era che non andavo a una festa di diciotto anni? E’ stata davvero un’esperienza. Entrare nel mondo di un’altra generazione ed essere lì per ritrarlo. Un vero privilegio. Sì ok,  le feste dei diciottenni me le ricordavo un po’ diverse, magari un po’ più ingenue, ma forse sono solo i miei occhi che non lo sono più. Allora meglio non scadere nell’atteggiamento romantico e nostalgico tipo “ai tempi nostri non era così” e godersi l’opprtunità.

Poi è stata la prima volta da fotografo ufficiale. La prima volta in cui non c’era quella sensazione di protezione e tranquillità che ti dà l’avere volti noti attorni. Che se per caso non sono molto ispirato e le foto proprio non vengono, anche sti cazzi, posso sempre girarmi e ballare con gli altri. Stavolta era diverso. La macchina fotografica era l’unica ragione per cui mi trovavo lì e dovevo portare a casa il risultato.

Ma tanto alla fine fare foto è sempre uguale. Inquadri, metti a fuoco, o almeno ci provi, e clic. Semplice. Ed è quello che ho fatto alla festa di Lavinia. Questo è ciò che ne è venuto fuori.

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Wedding day

Luca e Claudia si sono sposati. Era il primo matrimonio di un amico, di un mio coetaneo, a cui andavo e devo dire che mi ha fatto una certa impressione. Luca è un mio collega, il mio collega. Siamo entrati a lavorare con un giorno di differenza l’uno dall’altro, ormai tre anni fa. Tre anni in cui ci sono successe un sacco di cose. Maddai?!

Le prime due settimane a darci gomitate per dividerci una scrivania. I cinesi venerdì a Firenze e sabato a Pompei. Gli aerei del Presidente e i voli cargo. Le coperte all’ikea. Le tabelle excel. Ma anche le partite alla play. Le cene e i concerti reggae. Le cazzate, le risate e le strette di mano. Io con i miei dubbi, lui con le sue certezze.

Poi lo rivedo lì, felice, accanto alla sua certezza più grande e, come dicevo prima, un certo effetto lo fa. Sarà stato pure che si sono organizzati proprio un bel matrimonio. Rispettando tradizioni e aspettative, ma pure a loro immagine. Il borgo con la chiesetta, il viola, un sacco di amici, i nonni presto a nanna, il gruppo ska, il dj e l’alcol.

All’inizio avevo deciso di non fare foto. Anzi con Luca avevamo deciso di fare una cosa tipo questa, ma visto che io non sono bruko e il muro giallino si prestava poco, non ho resistito e tra quelli sul cavalletto inseguendo l’idea iniziale e quelli fatti a mano, mi sono ritrovato più di seicento scatti, peraltro non dei migliori. Pieni come sono di flashate mosce, piedi tagliati e colori distorti. Ma tant’è. Quello che vedrete è un’ampia selezione di quei momenti, che magari annoierà dopo poco chi non c’era, ma è il mio modo di omaggiare gli sposi e ringraziarli per la bella serata.

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Si torna

E poi alla fine si torna sempre. Si torna anche dall’America.

Più o meno lo sapevate tutti che io, Mancio, Radix e Zarfo (i protagonisti in rigoroso ordine alfabetico di queste righe e non solo) siamo andati negli States. Per citare qualcuno, ci siamo fatti un viaggio da coatti. Anche se coatto il viaggio lo è diventato cammin facendo, perché il processo decisionale per la vacanza di quest’anno non è stato dei più semplici. Andiamo in Giappone. No, andiamo in Israele, risparmiamo. Guarda che il Giappone non costa così tanto. Sì ma ci devi arrivare. In Israele, no, c’ho vissuto, so tutto, non vale la pena per il viaggio dell’estate. Vabbè allora andiamo in America. Andiamo in America a fare i coatti.

I biglietti li abbiamo fatti sull’orlo di una crisi di nervi, una sera di giugno, al mio ritorno da Barcellona, weekend Sonar. C’erano Radix e Zarfo in agguato sotto casa mia a mezzanotte con lo sguardo assassino di chi non mollerà facilmente la presa. Il Mancio? Non ricordo se era passato, per poi scomparire. Comunque, siamo saliti da me e, forniti di due postazioni computer, ci siamo chiusi in un contest alla ricerca del biglietto che ci avrebbe portato al di là dell’Oceano, a fare i coatti. E’ stata durissima. Abbiamo provato un numero imprecisato di combinazioni e i biglietti inspiegabilmente continuavano a variare. Stavamo per gettare la spugna, quando santa KLM ci è venuta in soccorso con un volo Roma-New York che brillava sotto i nostri occhi. Ai voli interni avremmo pensato poi, ora si trattava di assicurarci l’uscita dal Raccordo. Alle 2 avevamo un’email su cui c’erano scritti i nostri nomi, gli orari e i giorni di un biglietto a/r Roma-New York. Da quel momento eravamo in viaggio. Eddaje!

Ecco, ora sapete anche che non siamo rimasti a cuocere marshmellows sul fuoco. Siamo tornati, tutti. Chi prima e chi dopo, è vero, ma ciò che conta è che alla fine siamo di nuovo tutti qui. In mezzo tutto quello che vedrete nei post che seguiranno. Quasi tre settimane di viaggio e di scatti tra New York e la California.

Breve nota redazionale per mettere le mani avanti: procederò a rilento nella pubblicazione, un po’ perché non ho tempo, un po’ perché soffro sempre di manie di perfezionismo. E’ in corso una riorganizzazione delle gallerie fotografiche del sito, perciò alcune cose potrebbero essere doppie e potrebbe non esserci molta coerenza, ma piano piano sistemo tutto.

Ora, dopo aver fatto montare l’attesa, è giunto il momento di pubblicare qualcosa. Cominciamo dal primo giorno.

San Francisco – aug 21st

Continuando nella nostra scoperta di luoghi affatto turistici, dedicammo il penultimo giorno di San Francisco al Golden Gate Bridge e alle strade di Haight Ashbury, culla del movimento hippie, dove io, alla faccia del peace & love, ho rischiato gli schiaffi da un b-boy bianco non molto incline a farsi fotografare per strada. La sera, invece, perchè non siamo per nulla abitudinari, andammo all’Amnesia a Mission, dove ci raggiunsero anche Rachel e Elisa, le due sorelle americane che avrebbero ospitato Mancio e Zarfo nella settimana a venire, lml.

Cazzo, il viaggio sta veramente per finire.

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San Francisco – aug 20th

Di Mission e di Castro. Di oggetti sospesi e di persone appese. Di Tartine Bakery e di Zarfolino in serie. Dello shopping e dei “burritos grandi come neonati” (cit.).

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San Francisco – aug 19th

Passammo il primo giorno di San Francisco a passeggio tra Chinatown, una delle Chinatown più Chinatown d’America (ricordate “Grosso Guaio a Chinatown”? non a caso lo girarono qui) e North Beach, l’ex Little Italy. Da registrare uno Zarfolino in grandissimo spolvero. Fu anche il giorno in cui al Mancio arrivò, chissà perchè a nome mio poi, il famoso pacchetto con il cellulare smarrito. David Le Barron rimarrà per sempre nel suo cuore.

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Santa Cruz – aug 18th

Giornata senza particolari sussulti, trascorsa in svacco totale tra negozi vintage e la spiaggia di Santa Cruz, prima di prendere la strada per San Francisco. L’ultima tappa del viaggio.

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Miles and miles – aug 17th

Una giornata di viaggio, per quanto esaltante e catartica, non bastò da Las Vegas a raggiungere la costa. Anzi Ridgecrest, il buco di culo del mondo dove avevamo pernottato, era ancora piuttosto lontana dall’Oceano. Perciò ci toccò la terza giornata consecutiva di macchina, anzi la quarta se contiamo anche il safari a Los Angeles. E che non si dica che non abbiamo sfruttato la Yukon. Comunque, almeno questa volta, il tragitto fu un po’ più vario. Alternandoci alla guida, attraversammo quello che rimaneva del deserto, poi la campagna, i giacimenti petroliferi, le vigne californiane. Ci perdemmo su una strada senza uscita, ma solo perché il navigatore accidentalmente non prendeva, prima di arrivare finalmente alla costa, dove ad accoglierci c’erano freddo e nebbia, but this is California, baby. La sera stavamo a Santa Cruz, quella delle magliette da surfisti pronti a sfidare la morte per la seconda volta in un giorno solo.  Noi, non i surfisti. Eravamo usciti indenni dalla strada percorsa con Radix alla guida, potevamo forse farci spaventare dalla “death by brownie”? E come dei veri guerrieri, memori delle curve larghe, delle accelerate improvvise, delle inchiodate a fine curva, spazzolammo senza colpo ferire quella montagna di gelato, brownie e sciroppo di cioccolato che ci presentarono. La Nera Signora poteva attendere.

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Il deserto – aug 16th

E poi fu deserto. Dopo un sabato sera passato a Las Vegas è l’unico modo per ripulirsi dalle scorie. Miglia e poi miglia e poi miglia di sabbia.

Questo post rimane volutamente intimista, come l’album che segue. Vedrete una Bibbia, una pompa di benzina, Zabriskie Point, strade, sabbia e una partita a stecca. A posteriori il mio giorno preferito, a uso e consumo soprattutto di chi c’era.

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From L.A. to Las Vegas – aug 15th

L’ultima mattina losangelina la dedicammo alla ricerca del cellulare perduto del Mancio. Si trattava di porre riparo alla distrazione della sera prima, causata dal connubio alcool sopra la soglia della dignità – forze del maligno. In realtà, avere smarrito il cellulare in quelle circostanze, era una questione che trascendeva la materialità dell’oggetto in sè. Era piuttosto una macchia nell’onore. Qualcosa da cancellare. E fu così che ci mettemmo sulle tracce di un simbolo, più che di un nokia. Dal motel, il primo tentativo da fare era chiamare il numero del Mancio, ormai ostaggio di chissà chi. Invece, il suddetto giaceva nel locale e riuscimmo a stabilire un contatto con la signora delle pulizie, la quale però doveva accompagnare il figlio alla partita di baseball, e non poteva rimanere lì per sempre. Avevamo due ore per passare al locale e rimediare al fattaccio. O almeno questo fu quello che capì il Mancio al telefono con la signora messicana. Infatti, attraversata mezza Los Angeles e giunti sul posto nel tempo record di un’ora e mezza, di persone nel locale neanche l’ombra e beffa delle beffe, dalla buca della posta, si riusciva a sentire distintamente il trillìo del telefonino. Una porta ci separava dalla salvazione. E a questo punto, come in ogni tragedia che si rispetti, il deus ex machina fece il suo ingresso trionfale nello svolgimento della storia. Nel caso specifico il deus ex machina si chiamava David Le Baron, una checca di due metri con un bicchiere da cocktail tatuato sul braccio, che si trovava per caso nel ristorante accanto e risultava essere uno dei gestori dell’ormai famigerato locale. Che Dio l’abbia in gloria. Il Mancio diede sfoggio di tutte le sue doti seduttorie e scambiò l’email con David. Qualche giorno più tardi, il cellulare arrivò in un pacchetto in un ostello di San Francisco, ma non corriamo troppo.

Ottenuto un contatto, la strada per lavare l’onta era ormai avviata e il tempo avrebbe fatto il suo corso. Noi finalmente potevamo ricominciare il nostro viaggio. Ci aspettava il deserto, il passaggio del confine con il Nevada, e infine Las Vegas. Il tragitto fu lungo. La strada, come nei film, sembrava non finire mai. Solo deserto e due lingue d’asfalto a tagliarlo. Miglia e miglia di niente a 40 gradi centigradi.

E poi dal nulla: Las Vegas. La negazione della ragione umana fatta città. Percorri il deserto all’infinito per arrivare dove? A Las Vegas. Ricordate il tabellone del gioco Hotel? Ecco Las Vegas è così. Una città che non è una città. Due strade, persone ovunque e un’infinità di alberghi che riproducono mondi posticci. Ogni albergo ha il suo tema. C’è quello in stile egiziano, a forma di piramide, c’è quello in stile romano, con le statue di Cesare, c’è quello in stile veneziano, con le gondole, c’è quello in stile francese, con la Tour Eiffel. Tutto così, a parte i dollari, non c’è una cosa che sia vera. Ogni albergo, anche il più sfigato, dentro ha il suo bel casinò e in quelli più grandi c’è pure il centro commerciale. Una slot machine gigantesca pronta a succhiarti monetine a ogni passo.

La follia investì tutti i nostri movimenti. Dall’albergo, non troppo centrale, pieno zeppo di vecchiette venute a passare il weekend sedute davanti alle slot, alle strade talmente cariche di luci e di stimoli visivi, da far venire bruciore agli occhi dopo mezzora, alla folla di gente che camminava sui marciapiedi, creando due corsie vere e proprie, una per ciascun senso di marcia, dalle quali era sconsigliabile uscire, pena lo smarrimento istantaneo dei propri cari. Abbiamo giocato alla roulette, siamo sopravvissuti a quel delirio di gente, abbiamo anche preso la monorotaia. Lì per lì pensai che dopo quella sera non sarei stato più lo stesso.

Ecco, Las Vegas credo sia il posto più assurdo che io abbia visto in tutta la mia vita.

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