Last days in USA
E come ogni bella cosa che si rispetti, anche il nostro viaggio volse al termine. Il nostro, mio e di Radix, ma anche il vostro, Mancio a Zarfo, perché, ammettetelo, niente fu come prima.
Ebbene sì, questo sarà l’ultimo post dedicato a sto benedetto viaggio negli States, di cui francamente non ne potete più e forse manco io. Piano piano ci avete seguito nelle nostre tre settimane, che nel frattempo sono diventate tre mesi. E avete visto più o meno tutto. Qualcosa è stata censurata, qualcos’altro nemmeno immortalato. Ma insomma, il nostro viaggio questo è stato. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Io che c’ero, posso dire che non fu male.
Ma dicevamo, il viaggio di ritorno. Ecco il viaggio di ritorno di Dnp e Radix merita qualche riga.
Partimmo da San Francisco verso le 10 e mezza di sera, dopo aver mestamente riconsegnato la Yukon all’Avis, e gli altri due gaglioffi nelle braccia di Rachel e Elisa. Volo Delta, con destinazione JFK alle 7 e 20 del mattino dopo. Dove avremmo dovuto aspettare circa nove ore la partenza del volo KLM per Amsterdam e poi da lì Roma. Io, tatticissimo, avevo calcolato che se fossi rimasto sveglio fino al volo successivo, poi negli ultimi due voli avrei dormito come un sasso e mi sarei ritrovato la mattina a Roma fresco come una rosa.
Dopo aver buttato $ 15 a testa a causa di un impiegato della Delta fattone e essere stati cazziati dalla sua collega, ci ritrovammo in aereo, dove partì un discorsone sulle nostre rispettive biografie, che nostro malgrado non ci stese, anzi ci ringalluzzì. Andammo avanti per ore. Alla fine quasi non dormimmo. Io forse mezzora. Ma tanto mi sentivo tranquillo, avevo un piano diabolico.
Arrivammo a New York poco dopo le 7. Il volo successivo sarebbe partito alle 3 e qualcosa di pomeriggio. Avevamo nove ore da vivere. E quale modo migliore se non andare a visitare il famigerato P.S. 1, che non eravamo riusciti a vedere due settimane prima? Lungimiranti avevamo anche conservato il biglietto del MoMA, che, guarda un po’, dà diritto all’ingresso gratis al P.S. 1. Ma quanto stiamo avanti? Comprammo i biglietti della monorotaia per uscire dall’aeroporto, e quelli della metro, ovviamente andata e ritorno. Altri $ 15 a testa. Non sapevamo gli orari del museo, ma immaginavamo che se avesse aperto per le 9.30-10, saremmo riusciti a fare una visita rapida e poi tornare in tempo per il check-in. Ma sì, anche a esse pessimisti ce la facciamo. Peccato che sullo stesso biglietto del MoMa, ci fosse scritto, guarda un po’, anche l’orario del P.S. 1, che drammaticamente non avrebbe aperto prima delle 12. E peccato che Radix abbia dei problemi di vista, che Dio l’abbia in gloria, perché quel biglietto l’aveva preso in mano almeno quattro volte durante la notte, ma niente, l’orario lui lo vide solo una volta nella metro.
Fu così che ci dovemmo rassegnare a perseverare nell’ignoranza di un bel pezzo di arte contemporanea, e ripiegare molto più sommessamente su una visita fugace a sta cazzo di Union Square, con cui l’ormai mitico Radix ci aveva torturato le pudenda per l’intera settimana newyorkese, blaterando frasi sconnesse su una piazza sormontata da un fantomatico palazzo della Virgin con un buco da cui usciva fumo, e da cui partivano vie colme di ogni ben di dio, ma della quale il nostro, disgraziatamente, non rammentò il nome fino al giorno in cui prenotammo l’ostello di San Francisco. Eravamo ormai a Santa Cruz, California. Per farla corta, provammo a colmare un’altra lacuna. Però, era domenica mattina, piovigginava, la piazza era tutto un lavori in corso, noi non avevamo dormito un cazzo e avevamo pure i bagagli a mano. Proprio bella Union Square.
Tornati in aeroporto con largo anticipo, decidemmo di svaccarci per terra, chi a leggere, chi a vedere film sull’iphone, lascio a voi indovinare chi facesse cosa. Comunque, eravamo lì e tenevamo d’occhio la fila per entrare ai gates, che per essere l’aeroporto di New York ad agosto, sembrava una vera passeggiata, mentre il tempo scorreva tranquillamente. Il sempre lesto Radix decise anche di andare a comprare “le tabacche” che in aeroporto si svolta. Nel frattempo avevamo fatto passare tutto il tempo ed era giunto il momento di metterci in fila. Sì, ma la nostra fila non è quella, è quella dall’altra parte. Cazzo! Ma è almeno un’ora e mezza di coda e il nostro aereo parte fra mezzora scarsa. Niente, non ci rimase che fare gli italiani. Scusate, scusate, abbiamo l’aereo che parte fra poco, scusate, mentre superavamo orde di ebrei ortodossi pieni di bretelle, lacci e cappelli che necessitavano di almeno tre passaggi al metal detector, e te credo che la fila è lenta. Riuscimmo a provare anche il brivido di sentire l’annuncio: “last call for Mr. Dnp and Mr. Radix”. Un’emozione. Alla fine però ce la facemmo e memori dei comfort del volo di andata, già ci fregavamo le mani. E poi una volta saliti, dove cazzo erano le nove file di sedili? E gli schermi coi film? E l’aria condizionata a cannone? Avete mai preso un pulmino tra New York e Amsterdam? Noi sì. E per non farmi mancare niente finì pure tra una coppia di neosposi napoletani in “oneimùnn” e una famiglia di milanesi che s’era fatta il giro dei parchi, mentre Radix tomo tomo, cacchio cacchio, si spalmava addosso al finestrino lontano da tutti, vicino solo al suo iphone. Lui guardò non so quanti film, io mi feci una cultura sui ristoranti italiani sparsi in America e su cosa interessa davvero due bambine in viaggio con la famiglia. Non lo dimenticherò mai. Ovviamente, non riuscì a chiudere occhio, alla faccia dei miei astutissimi piani.
Ad Amsterdam andò stranamente tutto liscio, almeno all’apparenza. Arrivammo alle 6 e dopo 50 minuti prendemmo l’ultimo aereo di questa odissea. Ma, manco a dirlo, le disavventure non erano ancora finite.
Atterrammo a Fiumicino verso le 9 e 20, in orario, dopo 26 ore dall’inizio del nostro peregrinare, praticamente senza aver chiuso occhio, vagamente stanchi e anche un po’ incazzati perché la pacchia era finita e si stava per tornare alla triste routine. Si trattava solo di riprendere i bagagli e poi di nuovo Roma. I bagagli, appunto. Al nostro nastro (che bellezza scriverlo) si susseguirono i passeggeri di vari voli, che arrivavano e se ne andavano tronfi per la loro buona sorte. Noi no, noi rimanevamo lì. Dovevamo rassegnarci all’evidenza (cit.). I nostri bagagli non ci avevano seguito. Erano fermi chissà dove. E allora, altra fila per la denuncia, sorrisi magici per estorcere quante più informazioni possibile all’impiegata Alitalia, la preghiera di lasciarci uscire a prendere un caffè. E qui la ciliegina sulla torta.
I nostri bagagli erano rimasti ad Amsterdam, bontà loro, e sarebbero arrivati con il volo successivo, di lì a 3 ore. Per consumare il sospirato caffè e tabacca, di quelle che non hai capito che svolta comprà le stecche al duty free , ci avevano fatto un foglio per uscire e rientrare agli arrivi. Ci stavamo avviando serenamente verso l’uscita, quando in prossimità della dogana, ebbi un lampo. Foglio in mano, mi risolsi, nemmeno troppo consapevole, a dare un senso alla giornata di un simpatico finanziere e azzardai: ma con questo possiamo rientrare, nevvero? E lui: ma certo, ci mancherebbe. Ehm… aspettate, venite un po’. Sì, signora guardia? Sicuri che non avete niente da dichiarare (i congiuntivi so’ sfumature)? Da dove venite? Altro lampo: Radix bofonchiò un sommesso San Francisco, io uno squillante Amsterdam! Ah ha, da Amsterdam. (E’ opportuno ricordare la condizione in cui versavamo, tra occhiaie, occhi rossi e una certa incazzatura mesta). Non gli è parso vero. Ci ha fatto quello che lui ha chiamato un controllo normale. Abbiamo dovuto tirare fuori qualsiasi cosa e dare spiegazioni dettagliate su provenienze e modalità di acquisizione di ciascun bene. Non male. Alla fine della pantomima, tutto il contenuto dei nostri bagagli a mano giaceva sparpagliato sul tavolo, e sticazzi dell’entropia.
Se avessi dovuto inventare la storia di queste tre settimane, avrei voluto avere la fantasia per immaginare un finale così. Quella perquisizione fu il degno finale non solo di un viaggio, ma anche di una storia degna di essere raccontata.
E ora, dopo sto sproloquio, le ultime foto. Quasi mi dispiace.
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