Los Angeles e Malibu – aug 14th
Regà, n’hai capito, stiamo a Los Angeles e dobbiamo troppo andare agli Studios (purtroppo solo pochi eletti potranno godere a pieno di questa frase, ma mi bastano anche quei pochi). Sì, ma ci parte una giornata e dobbiamo anche andare al mario. Oh, certo sti Studios costano un botto. Con chi alimento il buffo? Regà, n’hai capito, mio padre m’ha detto che gli Studios sono una ficata assoluta. Certo però mio padre m’aveva pure detto che Los Angeles era una busta di città, vatte a fidà. Boh, a me mi sembra più una turistata. Regà n’hai capito, sono passate due ore e s’è fatta una certa. Io poi dovrei passare a quel negozio di fumetti, che siamo in America figurati se trovo un altro negozio di fumetti da qualche altra parte. Regà niente Studios ufficiale! Possiamo sempre passare una giornata in macchina per questa città senza confini. E fu così che, alla faccia della finzione degli effetti speciali, ci sparammo una giornata di safari in L.A. Beverly Hills, Mulholland Drive, Rodeo Drive, tutto rigorosamente dai finestrini della Yukon.
Poi poco prima del tramonto, non paghi delle miglia e miglia di città, ci spingemmo fino a Malibu, lungo la mitica Pacific Coast Highway. Un tragitto reso indimenticabile dal sole e da Battisti che cantava Keep on cruising a tutto volume. Bei momenti.
Nel frattempo s’era fatta sera ed era il momento di andare in città alla ricerca di un posto dove fare un aperitivo. Memori di quello che la sera prima avevamo solo lisciato, tornammo senza esitazione da quelle parti, ma ad accoglierci c’era un’altra città. Il glamour e le paillettes del giovedì si erano dissolte e avevano lasciato il posto a centinaia di barboni che cominciavano le pratiche di ricerca di un giaciglio dove passare la notte. Impressionante. Eserciti di relitti umani che avevano rinunciato a cercar fortuna, impegnati com’erano nell’assicurarsi un molto più concreto e immediato riparo dalla sfiga. Risultato niente aperitivo, ma solo l’altra faccia della medaglia americana.
La sera vagammo un po’ alla ricerca di un posto dove fare l’ultima uscita losangelina. Alla fine, mandato in avanscoperta in un locale che, a giudicare dal numero e dal tipo di persone fuori, sembrava promettere bene, tornai alla macchina con un perentorio e ormai leggendario “Parcheggia!”. Il mio tono non lasciava molto spazio alle trattative, quello era il locale. Ma una volta dentro cominciò il lento e inesorabile declino della mia affidabilità. Ci ritrovammo in un bel posto, ma nel mezzo di una serata gay. Via via che gudagnavamo il centro del locale, il mio”Parcheggia!” andava assumendo sfumature sempre più comiche e preoccupanti. Eravamo circondati da centinaia di maschietti californian-nerd e la stessa percentuale di femmine di una scuola professionale. A quel punto, però, non rimaneva che adeguarci all’atmosfera e goderci il resto della serata. Fu così che qualcuno rimorchiò Ramon, qualcuno e qualcun’altro fecero amicizia con il sosia di Owen Wilson, dichiarandosi coppia ufficiale, e sempre qualcuno perse il cellulare e s’accollò con un’ubriachezza molesta e bavosa. Mancio, te l’ho mai detto che tu sei qualcuno?
Di quest’ultima parte fortunatamente nelle foto non v’è traccia, così come dei barboni, ma il resto, seppur in piccole dosi, c’è più o meno tutto.
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