San Diego – aug 11th

Che siamo coatti, è stata la premessa a tutto, e se New York dopo una settimana potevamo considerarla espugnata, rimaneva da conquistare la California. Il coast to coast ce lo siamo sparato con un volo all’alba da NYC a San Diego, dove ad attenderci ci sarebbe dovuta essere una magnifica Chevrolet Impala, un nome che era un po’ programma, un po’ speranza. Invece, Donna, l’unghiatissima impiegata dell’Avis, vedendo il nostro monte valigie, ci ha sapientemente consigliato di affidarci a una macchina vagamente più capiente: la Yukon della GMC. Dopo qualche tentennamento dovuto più che altro al rammarico di dover abbandonare l’Impala e con lei ogni speranza, ci siamo ritrovati dentro un SUV più grosso di un Cayenne. Un vero e proprio tank col cambio automatico, una quantità di comfort oltre l’immaginabile e un impianto della Bose da far invidia alla maggior parte dei palchi dei locali romani. Le premesse del nostro viaggio on the road non potevano essere più coatte.

San Diego poi ha rappresentato anche il nostro ingresso nel fatato mondo dei motel. Prima del viaggio, quanto avevamo fantasticato sulle scenografie da film che avremmo incontrato. E ora eccolo lì, il nostro primo motel, il Mission Bay Motel, esattamente come ce l’eravamo immaginato. I due piani di stanze, le macchine parcheggiate, la receptionist uscita da Dinasty. Ci mancava la spiaggia. Ma tra la stanchezza dovuta alla levataccia e la temperatura non proprio mediterranea, alla fine ci siamo concessi giusto un affaccio sull’Oceano e una passeggiata lungo la pista ciclabile, passeggiabile, corribile, pattinabile, skateboardabile che come una lunghissima lingua d’asfalto accompagna per tutta la sua lunghezza ogni spiaggia della California che si rispetti.

In ogni caso, San Diego rimarrà per sempre nei nostri cuori anche e soprattutto grazie al Dick’s Last Resort, il locale trash in cui ci siamo ritrovati la sera, grazie all’insistenza del sempre vigile e informato Radix. Dicevo, Dick’s Last Resort, un nome che lascia pochi spazi al dubbio. L’insegna lasciava trasparire una certa pregnanza culturale, quello stesso spessore che poi ritrovammo intatto una volta entrati. L’idiozia americana fatta locale. Porzioni extralarge, sapori vagamente artefatti, fiumi di birra. E la piacevole consuetudine di appallottolare tovaglioli per tirarli a quelli dei tavoli vicini, un modo come un altro per conoscersi. La cena è stato un bombardamento ininterrotto. Un continuo ciancicare, caricare, lanciare. Una dichiarazione di guerra dietro l’altra. All’americana insomma.

E ora le foto, che sono senza logo perché stasera il mio meraviglioso programmino ha deciso che dnp non deve apparire. Prima o poi il bug si fisserà da solo, intanto pensiamo alle immagini di San Diego.

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